A Bequia, quando il mare restituiva qualcosa, nessuno raccoglieva mai subito ciò che trovava.
Gli abitanti dell’isola conoscevano quella cautela senza aver bisogno di tramandarla apertamente, perché apparteneva a una categoria di consuetudini che sopravvivevano alle spiegazioni. Dopo le mareggiate si potevano trovare tavole divelte, boe, cordami, bottiglie, scarpe, frammenti di reti e oggetti trascinati dalle correnti dalle altre isole dell’arcipelago; tuttavia, quando sulla battigia compariva qualcosa che sembrava appartenere con troppa evidenza a una persona, veniva lasciato dove il mare lo aveva deposto almeno fino al mezzogiorno successivo. Era un timore atavico, più antico delle ragioni con cui ognuno fingeva di averlo dimenticato.
Althea Ollivierre aveva cinquantadue anni e non credeva più a quasi nulla di ciò che gli anziani le raccontavano da bambina. Non era mai stata donna da cincischiare con presagi e superstizioni, né da vagheggiare un passato reso nobile soltanto dalla distanza. Viveva sola nella vecchia casa di famiglia sopra Friendship Bay, dove conservava ancora gli strumenti appartenuti ai suoi antenati balenieri: coltelli da scuoiamento anneriti dalla salsedine, ganci, pezzi di cordame spesso quanto un polso e, appeso sopra una trave della veranda, un arpione che nessuno utilizzava da quasi un secolo.
Quell’arpione era appartenuto a Josiah Ollivierre, il bisnonno di Althea, uno degli ultimi uomini della famiglia ad aver preso il mare sulle piccole imbarcazioni da caccia. La punta era larga e corrosa, segnata da irregolarità che ne avevano deformato il profilo, mentre l’asta era stata sostituita almeno tre volte. Nella famiglia si raccontava che Josiah avesse colpito con quell’arma una balena che non avrebbe dovuto essere cacciata e che, dopo averla arpionata, fosse tornato a Bequia senza più dormire correttamente. Era morto molti anni dopo, ormai cieco, sostenendo che nell’oceano esistessero animali tanto vecchi da ricordare ogni cosa caduta nell’acqua.
Althea considerava quella storia l’ultimo residuo di un tempo in cui gli uomini avevano avuto bisogno di attribuire al mare una volontà capace di rancore e appetito, così da poter sopportare ciò che facevano agli animali. In quella sua ostinazione razionale c’era persino qualcosa di solipsista: ciò che non rientrava nell’esperienza che accettava come possibile, per lei, tendeva semplicemente a non esistere.
La sua convinzione cominciò a incrinarsi durante una mattina di ottobre, quando trovò sulla spiaggia un braccialetto appartenuto alla sorella minore, Celia.
Non vi sarebbe stato niente di particolarmente strano se Celia non fosse morta a Montréal diciassette anni prima.
Il braccialetto era un piccolo filo d’argento con tre pietre verdi. Althea lo riconobbe perché era stato sepolto con lei. La certezza la fece trasecolare più della paura, perché per qualche secondo provò a convincersi di aver preso un granciporro, un errore madornale della memoria, finché ogni dettaglio dell’oggetto le tornò davanti con una precisione offensiva.
Non lo toccò, limitandosi a osservarlo per alcuni minuti mentre le onde corte della baia arrivavano a lambirlo senza riuscire a trascinarlo nuovamente in acqua. Quando tornò alcune ore più tardi, il braccialetto non c’era più.
Il giorno successivo il mare restituì una pipa appartenuta a suo padre, alla quale seguì un bottone di madreperla che sua madre portava cucito su un vestito da festa. Qualche giorno più tardi comparve anche una piccola bussola arrugginita appartenuta a Josiah, che Althea aveva visto per tutta l’infanzia dentro un cassetto della cucina, prima che la casa venisse ristrutturata e molti oggetti fossero gettati via.
In pochi giorni comprese che il fenomeno non riguardava soltanto la sua famiglia.
Sulle spiagge dell’isola comparvero oggetti riconosciuti dagli abitanti, fra cui l’anello di un pescatore disperso negli anni Settanta e un coltello caduto in mare durante una tempesta. Più tardi vennero ritrovati una medaglia religiosa appartenuta a una donna morta da più di mezzo secolo e altri effetti personali di cui gli anziani riconoscevano immediatamente la provenienza. Nessuno denunciò nulla apertamente. Gli oggetti venivano osservati a lungo, ma di rado qualcuno trovava il coraggio di raccoglierli; perlopiù rimanevano sulla sabbia fino alla marea successiva. Mettersi a spiegare quella prudenza sarebbe stato pleonastico: sull’isola tutti sapevano che esistevano paure alle quali si obbediva proprio perché nessuno voleva concedere loro la dignità di un nome.
Althea cominciò allora a percorrere la costa ogni mattina. La sua attenzione non era attratta dagli oggetti, ma dal modo in cui comparivano. Tutti venivano depositati durante la notte, sempre pochi metri oltre la linea dell’acqua, secondo una precisione che lasciava supporre che qualcosa conoscesse perfettamente la distanza raggiunta dall’alta marea.
Una mattina trovò una cosa diversa: una molletta per capelli azzurra, appartenente a sua figlia Naomi.
Althea la riconobbe immediatamente perché l’aveva comprata lei stessa molti anni prima in un negozio di Kingstown. Naomi aveva continuato a usarla anche da adulta, soprattutto durante le visite a Bequia, quando il vento rendeva impossibile tenere i capelli sciolti.
Naomi, però, non era morta. Viveva a Barbados.
Althea rimase sulla spiaggia fino a quando il sole divenne troppo alto perché potesse fissare l’acqua senza dolore. Non raccolse la molletta e, quando tornò alla casa, cercò tra alcune vecchie fotografie, ritrovandola sulla testa della figlia in immagini scattate a distanza di anni.
Da quel momento gli oggetti restituiti cambiarono natura e non appartennero più soltanto ai morti.
Comparvero effetti personali di persone ancora vive: un portachiavi, una collana, una scarpa infantile, una fotografia incorniciata. Alcuni proprietari abitavano sull’isola, altri si trovavano lontano. Nel giro di pochi giorni arrivarono notizie di incidenti e malattie improvvise, alle quali si aggiunsero alcune sparizioni e morti avvenute in luoghi che il mare non avrebbe potuto raggiungere.
Althea comprese allora ciò che nessuno voleva formulare: il mare non stava restituendo ciò che aveva preso, stava riconsegnando ciò che avrebbe preso.
La molletta di Naomi rimase sulla spiaggia per tre giorni. Ogni mattina Althea la ritrovava nello stesso punto, anche quando la notte precedente l’aveva gettata il più lontano possibile nell’entroterra. Alla quarta notte decise di vegliare sulla spiaggia e si portò dietro l’arpione di Josiah.
L’arma era troppo pesante per lei e apparteneva a un modo di cacciare che non conosceva, ma Althea non intendeva utilizzarla alla maniera dei suoi antenati. La trascinò con sé perché era l’unico oggetto della casa che sembrasse appartenere alla stessa logica di ciò che stava accadendo, residuo materiale di una disputa iniziata molto prima della sua nascita.
La marea raggiunse il punto massimo poco dopo mezzanotte. Per diverse ore non accadde nulla, finché il mare si ritirò con una lentezza innaturale.
L’acqua cominciò ad arretrare dalla baia lasciando scoperti scogli, alghe, conchiglie e pesci che si dibattevano nel fango. In pochi minuti la linea della costa si allontanò di decine di metri e Althea vide qualcosa muoversi oltre la barriera delle rocce.
All’inizio pensò a un cetaceo.
Il dorso emerse per una lunghezza impossibile da valutare, largo e lucido, percorso da cicatrici biancastre simili a crepe nella pietra. L’animale aveva la forma generale di una balena, ma le proporzioni appartenevano a una natura che non sembrava essersi sviluppata nello stesso ordine biologico delle altre creature marine.
Dal corpo si sollevarono tre pinne ciclopiche, disposte secondo un’asimmetria che rendeva impossibile ricondurle a una conformazione conosciuta. La prima emerse vicino alla testa, alta quanto l’albero di una barca; la seconda cresceva lateralmente dal dorso con una forte inclinazione, mentre la terza apparve più indietro, tanto larga e spessa che per qualche istante Althea la scambiò per uno scoglio trascinato dalla corrente.
La testa venne fuori dall’acqua senza produrre spruzzi. Era larga e priva di un muso riconoscibile, mentre numerose aperture respiratorie ne attraversavano la superficie dilatandosi con lentezza. Non possedeva occhi nel punto in cui Althea si sarebbe aspettata di trovarli. Soltanto quando il corpo ruotò comprese che lungo il fianco erano disposte file di piccole cavità lattiginose, decine di globi pallidi che si aprivano e chiudevano separatamente.
Dietro il corpo qualcosa continuava a muoversi.
La coda non era quella di un cetaceo, perché si prolungava con una flessibilità serpentina, assottigliandosi progressivamente mentre attraversava la baia con movimenti lenti, simili a quelli di un rettile smisurato. Quando emerse, Althea vide che la sua lunghezza superava quella del corpo stesso e che la parte terminale scompariva molto oltre la superficie visibile dell’acqua. L’insieme aveva qualcosa di grangugnolesco, secondo la storpiatura che suo padre usava per ciò che gli pareva eccessivo fino al macabro, con una qualità quasi oscena nella propria enormità.
La creatura non avanzò verso la riva, ma respirò restando immobile oltre la baia. A ogni espirazione il mare sembrava salire di qualche centimetro, mentre a ogni inspirazione l’acqua si ritirava, e Althea comprese che quella che per giorni aveva interpretato come una marea era in realtà il respiro dell’animale.
Quando una delle pinne si sollevò, dalla superficie del suo corpo cominciarono a cadere oggetti, dapprima radi, poi tanto numerosi da confondersi con la risacca.
Orologi, monete, collane, frammenti di legno, ossa, stoviglie, scarpe, bottiglie, fotografie, denti, pezzi di metallo, giocattoli, anelli e strumenti arrugginiti scivolarono dalle pieghe della pelle e vennero trascinati dall’acqua verso la costa.
Il mostro non li conteneva nel ventre, bensì li portava incastonati nel corpo, fra strati di cicatrici e materiali inglobati. Alcuni apparivano recenti, mentre altri erano così antichi che Althea non riusciva neppure a comprenderne la funzione. L’oceano intero sembrava aver lasciato qualcosa dentro quella carne.
Tra gli oggetti trascinati dalla risacca Althea vide la molletta azzurra, poi ne scorse un’altra e continuò a riconoscerne copie identiche finché smise di contarle.
Comprese allora che la creatura non raccoglieva gli oggetti provenienti dal futuro nel senso che aveva immaginato, ma li ricordava.
Per quell’essere non esisteva una distinzione netta tra ciò che il mare aveva già ricevuto e ciò che avrebbe ricevuto. Le cose vi aderivano prima ancora che gli eventi le consegnassero all’acqua, perché il tempo umano, osservato da qualcosa che viveva negli abissi da migliaia o milioni di anni, poteva non essere altro che una corrente.
Althea strinse l’arpione e sulla punta corrosa riconobbe improvvisamente una sostanza scura, indurita dal tempo e rimasta nelle fenditure del metallo nonostante le generazioni trascorse. La stessa materia ricopriva una cicatrice sul dorso della creatura.
Josiah l’aveva davvero colpita e la conclusione che per anni aveva considerato assurda divenne inevitabile: il suo antenato non aveva incontrato una balena impossibile, bensì quella stessa cosa.
La creatura ruotò lentamente nella baia e uno dei suoi molti occhi si aprì nella direzione della spiaggia. Althea avvertì allora una pressione dolorosa nella testa. Non ricevette alcuna parola né una visione compiuta, soltanto una successione di ricordi che non le appartenevano: il rumore di barche di legno, uomini curvi sui remi, corde che si tendevano, ferro che entrava nella carne e acqua colma di sangue. Per un istante riconobbe le mani di Josiah, molto più giovani di quelle che aveva visto nelle fotografie, mentre stringevano l’asta dell’arpione.
La memoria mutò poco dopo e Althea vide Naomi sott’acqua, senza riuscire a comprendere dove si trovasse né a quale momento appartenesse quella scena. I capelli della figlia si muovevano lentamente intorno al viso e la molletta azzurra galleggiava poco distante.
Althea reagì senza riflettere ed entrò in mare, camminando sul fondale lasciato scoperto dalla ritrazione dell’acqua mentre trascinava l’arpione verso la creatura immobile oltre la baia. Non voleva ucciderla e non pensava nemmeno che fosse possibile; desiderava soltanto raggiungere la cicatrice aperta da Josiah, perché quella ferita rappresentava l’unico punto nel quale la sua famiglia e l’animale erano già entrati in contatto.
Quando raggiunse l’acqua più profonda, Althea cominciò a nuotare, mentre l’arpione la trascinava verso il basso.
Il mostro inspirò e il mare tornò verso la costa, sollevando Althea nella corrente e trascinandola contro il fianco dell’animale. Per alcuni istanti riuscì a distinguere la superficie della pelle a pochi metri da sé, una distesa nera e rugosa dentro la quale erano imprigionati migliaia di oggetti.
Tra essi riconobbe un arpione identico a quello che teneva fra le mani. Il legno e la punta erano gli stessi, e persino la corda coincideva con quella stretta attorno alla sua arma.
Era già lì, incastonato nella carne della creatura, e Althea comprese che quello che stava per fare era già accaduto. Forse Josiah non aveva visto il proprio futuro, ma quello di lei.
Con le ultime forze sollevò l’arpione e lo piantò nella cicatrice.
La creatura si scosse senza emettere alcun verso, poi il suo corpo sprofondò e la baia venne attraversata da un’unica onda enorme, che investì la costa con tanta forza da spezzare alcune imbarcazioni e arrivò fino alle prime case.
Quando il mare si ritirò nuovamente, Althea non riemerse.
La mattina successiva la spiaggia era coperta di oggetti e gli abitanti li osservavano senza avvicinarsi. Fra le conchiglie e i pezzi di legno, mescolata alle alghe e ai frammenti di rete, venne trovata una vecchia punta d’arpione corrosa, separata dall’asta. Poco più lontano c’era una molletta azzurra.
Tre giorni dopo Naomi arrivò a Bequia ancora viva e sulla spiaggia trovò una molletta appartenuta alla madre quando era giovane, un oggetto che Althea aveva perso in mare molto prima che lei nascesse. La raccolse.
Al largo, oltre Friendship Bay, le tre grandi pinne emersero una dopo l’altra dalla superficie. L’ultima rimase visibile più a lungo delle altre, mentre qualcosa di sottile e smisurato si muoveva dietro di esse descrivendo nell’acqua una curva lenta, quasi serpentina.
Il mare cominciò a ritirarsi.
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