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T. H. White – Re in eterno: la leggenda arturiana tra ironia e malinconia

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Pubblicato nel 1958, Re in eterno (The Once and Future King) di T. H. White è molto più di una riscrittura del ciclo arturiano: è una delle opere fondamentali del fantasy del Novecento, capace di coniugare erudizione, umorismo, pacifismo e disperazione. Originariamente concepita come una tetralogia (scritta tra il 1938 e il 1941), l’opera venne poi rielaborata da White in un unico volume, che include i primi quattro libri: La spada nella roccia, La regina dell’aria e delle tenebre, Il cavaliere indegno e La fiamma che arde. Un quinto volume, Il libro di Merlino, fu pubblicato postumo nel 1977. La forza del romanzo sta nel suo tono bifronte: apparentemente leggero, spesso comico, ma in realtà percorso da una malinconia profonda. L’infanzia di Artù (Wart) è raccontata come una fiaba pedagogica, con Merlino che lo trasforma in animali per insegnargli l’arte del vivere. Ma man mano che la storia procede, la luce si affievolisce. Il regno che Artù cerca di fondare – basato su giustizia e razionalità – si sgretola sotto il peso delle passioni, delle faide familiari e dell’ambiguità morale. White scrive Re in eterno durante il secondo conflitto mondiale, e il romanzo è attraversato da riflessioni sulla violenza, sull’assurdità della guerra, sull’impossibilità di governare con purezza in un mondo imperfetto. Merlino, che vive a ritroso nel tempo, è il portavoce di una saggezza tragica: la storia non insegna nulla, e il futuro somiglia spesso a un ritorno dell’antico errore. Opera colta, ironica, lirica e talvolta spiazzante, Re in eterno influenzò profondamente la letteratura fantastica successiva – da Neil Gaiman a Lev Grossman – e ha ispirato adattamenti celebri, come il film Disney La spada nella roccia (1963). È il romanzo cavalleresco per chi ha perso l’innocenza, ma non la voglia di sognare.