L'epopea del Popolo della Luce
Gli skàlter sono un popolo mitico e del tutto inventato. Adoratori della Luce, progenitori ancestrali degli odierni abitanti di Brescia e provincia, essi ci hanno tramandato (attraverso la penna e la fantasia di Fabio Larcher) un nutrito corpus mitologico e fiabesco, tra i più smaglianti, ironici e sexy della storia umana. Questo volume contiene tale corpus, in forma completa, e vi trasporterà in un universo parallelo fitto di creature mostruose, popoli fatati, donne bellissime ed eroi sempre in cerca di forza magica e viaggi sciamanici di iniziazione. Forse la creazione più forte e originale (nel suo non esserlo per nulla, nel suo aderire ai simboli e alle storie di mezzo mondo) di Larcher, il quale, qui, si diverte a mescolare il mito e la fiaba puri alla loro moderna interpretazione e a sporcarli con generi affini come l’horror e la fantascienza, ma senza mai tradire il proprio mandato cosmico di “mitografo” dei sogni.
Il mago Govést[1] possedeva un giardino che confinava con il Mondo dei Più. Nel giardino cresceva un albero magico, nato dal seme dei Morti, riuniti per magia, in gran numero, in quello stesso giardino, e costretti a masturbarsi e a riversare il loro sperma spettrale in una buca appositamente scavata. Questo albero, ogni anno, produceva un unico frutto, tondo e dorato come il sole e altrettanto luminoso. Quel frutto avrebbe garantito a chi ne avesse mangiato l’eterna giovinezza.
Potrebbe sembrare una bella cosa da tenere nel proprio giardino; invece Govést si disperava, perché mai, in vent’anni che era riuscito a creare quel prodigio, aveva potuto cogliere il frutto dell’eterna giovinezza.
Ogni ventun giugno, allo scoccare della mezzanotte, sul ramo più alto dell’albero spuntava un’unica mela sfavillante.
APPROFONDISCINello stesso momento, però, da un mondo oltre il mondo, appariva un uccello d’oro, fabbricato con molta perizia da un mago sconosciuto, afferrava il frutto e volava via, attraverso i mondi, lasciando Govést con un palmo di naso.
Il mago aveva tre apprendisti: Balù,[2] Balànder[3] e Balòss.[4] Quando, ormai, la sua vita era agli sgoccioli e mancava poco alla sua partenza verso il Mondo dei Più,[5] li convocò nella propria stanza e annunciò loro che sarebbero partiti immediatamente (se lo amavano) per un’avventura molto pericolosa, al fine di scoprire da dove provenisse l’uccello d’oro; chi lo avesse mandato, per venti anni, a rubare le mele dell’eterna giovinezza, e perché. Desiderava, inoltre, che essi facessero ogni sforzo per acciuffarlo e portarglielo indietro indenne.
I tre apprendisti, poiché erano giovani, coraggiosi e molto affezionati al loro maestro, dichiararono di essere pronti a partire per compiere l’impresa.
Govést condusse ognuno di loro in una stanza dotata di un letto. La stanza di Balù era rivolta a ovest; quella di Balànder a sud; mentre quella di Balòss a est.
Il mago ordinò a ciascuno di bere l’àiva löstra,[6] di spogliarsi nudi e di coricarsi. Essi obbedirono: un sonno dolcissimo e invincibile calò su di loro e i tre partirono per il loro viaggio.
Quando fu certo che i suoi apprendisti fossero partiti, Govést chiamò tre giovani streghe e assegnò a ciascuna la cura dei corpi temporaneamente privi di anima. Al corpo di Balù avrebbe pensato la strega Zabèla;[7] a quello di Balànder, la strega Nomösta;[8] e a quello di Balòss, la strega Amotùrna.[9]
«Il vostro ufficio sarà semplice ma, allo stesso tempo, molto delicato. Ogni mattina, alle cinque, vi sveglierete, vi spoglierete completamente, vi laverete con acqua di fonte fredda; dopodiché (sempre in totale nudità) laverete i corpi dei dormienti con la medesima acqua con cui avrete lavato i vostri corpi. In fine dovrete accertarvi che il proprietario del corpo a voi affidato sia ancora vivo.
«Come faremo, maestro?» domandò Zabèla.
«Dovrete stimolare il membro del corpo affidatovi: se il membro risponde alle carezze, significa che il vostro protetto vive; se il membro resta indifferente alle cure da voi prodigate, significa che il vostro protetto è morto. Avete capito?
«Sì» risposero le streghe.
Govést annuì, soddisfatto; si accarezzò la barba grigia e tornò alle proprie occupazioni. Essendo un mago potente, che esercitava la sacra màia della Luce, aveva l’incarico di osservare ciò che succedeva nel mondo e di intervenire nelle battaglie, scegliendo chi dovesse vivere e chi dovesse morire e raggiungere il coro della Luce. Per adempiere al primo compito, egli si serviva di un occhiale monocolo, fatto d’oro, mentre per officiare al secondo utilizzava una verga di frassino, scolpita a forma di fallo.
I giorni passarono e ogni giorno era scandito dal rituale delle giovani streghe. Esse, al canto del gallo, si svegliavano, si toglievano la veste, andavano al pozzo, versavano l’acqua in catini d’argento e facevano le loro abluzioni, badando, in special modo, che l’acqua fredda lambisse le loro parti più segrete e vereconde e le mondasse del tutto. Poi si recavano nelle stanze dove giacevano i tre corpi loro affidati; li lavavano accuratamente, con l’acqua profumata dalla loro femminilità, li asciugavano e stimolavano, con baci e carezze, i membri dei tre corpi senz’anima.
Per tre giorni non accadde niente di particolare: i membri dei semi-morti rispondeva agli stimoli e alle preghiere delle streghe: il viaggio degli apprendisti nel Mondo dei Più stava procedendo, come previsto.
Ma la continua intimità tra le giovani streghe e quei corpi nudi, giovani, stesi sui letti, produsse un effetto imprevisto: Zabèla, Nomösta e Amotùrna incominciarono a provare desiderio per coloro a cui erano destinate. Una sera, dunque, si riunirono e parlarono apertamente della questione: l’una magnificava la forma e le proporzioni del membro del proprio semi-morto; l’altra la flessuosità dei muscoli del proprio; un’altra ancora il profumo irresistibile della pelle del proprio; e così via. Parlando parlando il desiderio montò sempre di più nelle loro menti, finché, colme di lussuria, non presero la seguente decisione: l’indomani si sarebbero unite carnalmente a quei corpi, sicure che nessuno avrebbe notato la loro piccola trasgressione (tale, infatti, appariva, per effetto della libidine).
Il giorno dopo, compiute le abluzioni rituali, esse stimolarono i membri dei propri protetti e, quando essi raggiunsero lo stato che esse volevano, montarono a cavalcioni degli ignari Balù, Balànder e Balòss, finché non ebbero saziato il proprio desiderio vigoroso e, madide di sudore e d’umori maschili e femminili, abbandonarono le stanze e corsero al fiume a lavarsi e a raffreddare i loro spiriti lubrichi.
«Continueremo a rifarlo, ogni mattina» propose Zabèla. «Nessuno ci scoprirà e il nostro ufficio sarà molto più piacevole.
Le altre furono d’accordo e, a partire dal giorno successivo, si unirono ai corpi loro affidati, certe di farla franca. La loro follia erotica durò tre mesi; dopodiché si accorsero di essere incinte. Piene di vergogna, meditarono sul da farsi, se fosse meglio uccidersi, oppure confessare le proprie colpe a Govést e accettare la punizione che egli avrebbe impartito loro. Alla fine prevalse questa opzione ed esse si presentarono al mago e confessarono.
Ma la reazione di Govést le stupì. Egli, infatti, rise della loro vergogna. «Sapevo già dei vostri amori segreti e innominabili. Anzi, speravo proprio che succedesse, perché dalla vostra unione con i miei discepoli in stato di semi-morte possono venire grandi cose.
Così Zabèla, Nomösta e Amotùrna portarono a termine le loro gravidanze, senza alcuna punizione, e partorirono tutt’e tre nello stesso giorno, a distanza di poche ore l’una dall’altra.
Zabèla partorì un bambino senza anima, ma dal corpo forte e in salute. Govést lo chiamò Sanàer.[10] Il primo atto di Sanàer fu mordere a sangue la mammella di sua madre: era destinato a diventare un uomo malvagio; forse il più malvagio di tutti gli uomini e un flagello dell’umanità, il guerriero più temuto e terribile del mondo.
Nomösta partorì un bambino senza corpo, che si presentava come un’entità di luce radiosa, ma non aveva sostanza materiale. Govést lo chiamò Sbarbèl.[11] Ovunque andasse recava letizia e serenità, perché era di indole buonissima ed era destinato a diventare un essere positivo per tutto il genere umano, specialmente nella cura della salute del corpo e delle anime.
Infine, Amotùrna partorì un bambino completo di anima e corpo, e dall’indole né buona né cattiva, ma dotato di vivissima intelligenza: infatti sapeva già parlare in modo corretto la lingua skàlter, fin dal suo primo giorno di vita. Anch’egli era destinato a grandi imprese, ma non nella guerra o nella religione: nella poesia e nelle arti magiche. Govést lo chiamò Sotött.[12]
Le tre madri furono destinate alla cura dei propri figli e Govést le sostituì, nell’ufficio ai semi-morti, con tre giovani streghe artificiali, da lui fabbricate con metalli preziosi. A Balù fu destinata Gnàra,[13] la donna di rame; a Balànder, Sčèta,[14] la donna d’argento; e a Balòss, Fónna,[15] la donna d’oro. Esse funzionavano a molla, attraverso una carica manuale e il mago, ogni sera, prima di coricarsi, aveva cura di provvedere egli stesso a rendere le donne artificiali operative, per mezzo di una chiave speciale, proprio come fossero degli orologi.
I tre automi si dimostrarono precisi nello svolgere il rituale; così Govést si sentì libero di continuare a occuparsi del suo compito prezioso e terribile e di presiedere al grande mistero della vita e della morte.
[1] Govést: ho visto.
[2] Balù: cacciaballe, bugiardo.
[3] Balànder: sciocco, stupido.
[4] Balòss: astuto, furbo, scafato.
[5] Mondo dei Più: l’aldilà.
[6] àiva löstra: l’acqua che luccica.
[7] Zabèla: di già.
[8] Nomösta: proprio adesso.
[9] Amotùrna: di nuovo.
[10] Sanàer: disgraziato.
[11] Sbarbèl: luccichìo.
[12] Sotött: io so tutto.
[13] Gnàra: ragazza.
[14] Sčèta: ragazza.
[15] Fónna: donna.
COMPATTA






