Matteo Valenti Piovasco
“Un abisso chiama un altro abisso e nel fragore delle acque profonde;le onde si riconoscono, i flutti mi attraversano,e nulla di ciò che sono resta in superficie”(Salmi 42:7)
All’alba dei tempi, quando ancora le mappe non avevano battezzato le paure degli uomini, il Mar Framezzo non esisteva. Una ferita di terra, cruda, sanguinante, cicatrice, faceva da ponte unendo il continente all’isola di roccia e salsedine. Questo mare è un braccio di abisso, le correnti che lo attraversano e che i marinai chiamano Scilla e Cariddi, sono in realtà i respiri di due titaniche creature condannate a una fame eterna: una divora la luce, l’altra mastica il tempo. In questo immortale e perpetuo limbo la magia è una nebbia che si attacca alla pelle come una sentenza di morte. Tra gli abitanti delle due sponde Teseo viveva un quartiere dell’antica Reggio, costruita con l’architettura di un cimitero monumentale e le ossa consumate dei vecchi pescherecci. La sua casa era di mattoni rossi, le pareti trasudavano un olio nerastro che lui provava a pulire e cancellare con pazienza certosina. Teseo era un uomo dal profilo affilato, e gli occhi piccoli. Dentro di lui abitava la Macchia, la sentiva muoversi e crescere in silenzio sotto il petto, giusto all’altezza del cuore. Per anni aveva creduto di poterla governare e che avrebbe potuto scacciarla se solo avesse voluto, col tempo invece capì che era lei a conoscere la strada.Era un martedì di scirocco quando Teseo decise che il momento era giunto. Nel suo cortile cresceva una pianta di rose, ne sbocciò un fiore rosso, la colse, se la infilò tra i denti e inforcò la sua bicicletta. Iniziò a pedalare verso la riva e quando giungendo sul bagnasciuga la prima onda gli accarezzò le ruote, Teseo iniziò a scendere lungo un piano inclinato invisibile su una strada che pareva fatta di cenere etnea, entrando così nel ventre del mare. Sotto la superficie il mondo mutò drasticamente come una fiaba gotica e oscura. Teseo continuava a pedalare su un sentiero di sabbia nera, incontrò Don Calogero, un orologiaio di Bagnara Calabra che qui appariva con branchie dorate su un ippocampo meccanico. “Ancora in viaggio Teseo? Quella rosa che porti tra i denti è la rosa del sacrificio, ma nulla potrai, il mare non restituisce ciò che prende lo sai!” . Teseo non rispose, si sforzò di ignorarlo, la rosa in bocca era il suo sigillo.Continuò il suo viaggio attraversando la Città dei Lampioni Spenti, dove gli abitanti vivevano in case di scheletri di balena, erano anime con sguardi che sussurravano di omicidi mai compiuti, Teseo girò tra i cortili facendo trillare il campanello dal suono macabro e voodoo. Lì Donna Concetta implorò di essere portata via, lo sussurrò in lacrime di sangue, aveva lo sguardo perso e disperato, lo supplicò, ma Teseo passò oltre senza guardarla e viveva in lui un conflitto feroce.Il dolore al petto di Teseo si faceva più acuto, La Macchia gli sussurrava di fermarsi, di lasciarsi coprire dal limo, di mischiarsi alle acque e alle correnti che attraversavano lo Stretto. Nel punto più buio del fondale, affrontò il Guardiano: un ammasso di tentacoli e fumo che proiettava visioni del suo fallimento e che lo facevano sentire disarmato e impotente, Teseo allora strinse i denti sulla rosa e le sue spine mescolarono il sapore del sangue all’amaro dello sconforto e della malinconia, poi con un colpo di reni squarciò quell’illusione, risalendo verso la costa siciliana. Emerse a Ganzirri, asciutto e pallido, con lo sguardo ipnotizzato da terrore pedalò fino alle colline sopra la città di Messina. Vicino al fiume lo aspettava Clara: una bellezza tipicamente siciliana, capace di leggere il futuro nei fondi del caffè e di interpretare i tarocchi. Si sposarono in una cerimonia segreta tra rose nere e pruppi che spiavano dalle rocce. Vissero anni intensi, coronati dalla nascita di tre figli dai poteri inquietanti: Arturo il senza ombra, la luce non tracciava i contorni del suo corpo materiale e mortale; Elena dai poteri curativi e medicamentosi, con ninne nanne e nenie era capace di guarire febbri e ferite; il piccolo Simon che parlava con le correnti del mare e le creature dell’abisso rispondevano alla sua chiamata.Clara non aveva mai avuto paura di ciò che suo marito portava dentro e lo osservava come si guarda una mareggiata: con rispetto e nessuna speranza di domarla. Ogni notte, Teseo si tuffava nel mare che pareva nero come l’inchiostro, e tra le onde il suo corpo si mutava in quello di un mostro marino. All’alba riemergeva asciutto sulla riva, pallido e quasi ipnotizzato, con gli occhi vuoti e la mente ancora smarrita nelle profondità del mare, solo un sonno profondo lo ridestava alla sua coscienza.Clara al mattino leggeva il futuro nei fondi di caffè, ma la sera li rovesciava apposta illudendosi di poter ingannare il destino. A volte, quando Teseo dormiva agitato, gli appoggiava una mano sul petto e sussurrava parole in una lingua ancestrale, sillabe apprese dalle vecchie megere dello Stretto e per pochi istanti la Macchia di Teseo taceva, come un animale sazio che finge di dormire.Ogni giorno Arturo camminava tra le pinete vicino al mare e i cani gli ringhiavano appresso, mentre i gatti gli si avvolgevano alle caviglie. Una sera chiese al padre dove fosse finita la sua parte scura, ma Teseo non seppe rispondere e sentì, per la prima volta, una fitta più acuta della Macchia stessa che gli trapanava le cervella.La figlia Elena cantava nenie antiche mentre pettinava le sue bambole e mescolava intrugli, i graffi si richiudevano e le febbri scendevano. Il piccolo Simon puntava il dito verso lo Stretto e rideva, come se qualcuno gli stesse raccontando un fatto che solo lui sapeva udire, ma quando il mare era inquieto lui diventava muto. Teseo allora capì che suo figlio sentiva il richiamo di un luogo che lui solo aveva attraversato, e che un giorno avrebbe potuto reclamarlo per l’eternità, avrebbe voluto che quei figli sparissero di colpo o che non fossero mai esistiti poiché sperava che così il suo giogo sarebbe stato meno pesante.La vita quotidiana era permeata una tensione spettrale, in casa gli oggetti reagivano alla presenza di Teseo: gli orologi rallentavano quando era triste e le posate d’argento si annerivano al suo tocco. Clara cercava di guarirlo con infusi di erbe colte sotto l’eclissi, ma la Macchia era ormai parte del suo cuore, una ragnatela di buio sostituiva gradualmente le sue vene. Certe sere diventava travolgente e Teseo reagiva con una rabbia isterica, il mobilio di casa ne faceva le spese maggiori, ma spesso non risparmiava la moglie che diveniva oggetto della sua incontenibile malvagia bestialità. Nella casa annerita dalla notte, il marito si abbatteva sulla moglie come un temporale, lasciando nell’aria il fragore della violenza. Lei, rannicchiata nell’ombra, sembrava una principessa dimenticata da ogni fiaba, mentre le pareti ascoltavano in silenzio, quasi soffocata dalle sue mani ad artiglio, con i suoi pugni la faceva volteggiare nell’aria come un fantoccio di stracci, ogni volta lei però riusciva a divincolarsi e a nascondersi presto.L’ultimo anno fu il più terribile: la Macchia non era più un ospite, era diventata l’architetto del suo corpo, Teseo sentiva la pelle farsi fredda come il vuoto siderale, guardandosi allo specchio al suo riflesso non era più lui, pareva una sagoma di fumo denso con occhi d’argento e uno sguardo che lui stesso non riconosceva più come suo.Il conflitto interno raggiunse l’apice in una notte avvolta da una nebbia così fitta che persino la luna pareva essersi smarrita. Teseo si rinchiuse nella stanza dei pensieri, ma le pareti cominciarono a stillare il suo stesso tormento: dalle mani spuntarono artigli neri e nel petto il cuore prese a battere con il lugubre stridio di ferri arrugginiti. Fu allora che l’uomo arretrò nell’ombra e così il demone aprì finalmente gli occhi. Sentì un impulso violento, una fame di silenzio che minacciava di esplodere e consumare la stanza, Clara, i bambini. La sua stessa ombra si allungò a dismisura, graffiando i mobili di legno come se volesse trascinare l’intera casa dentro il pavimento. Teseo capì che non c’era più spazio per la mediazione, la magia che lo aveva tenuto insieme stava evaporando, lasciando solo il crudo della sua anima malata.Uscì dalla stanza mentre la casa tremava sotto il peso della sua sofferenza. Clara era nel corridoio; i suoi occhi cercarono quelli di lui, ma vi trovarono solo un abisso. Non servirono parole. Teseo prese la bicicletta e la rosa rossa che era diventata dura come fosse fatta di rubino, scese verso la spiaggia. Ogni pedalata lasciava una traccia di cenere etnea nera sulla strada. Arrivato al limitare del Mar Framezzo sembrò inchinarsi, le onde si calmarono, diventando come una lastra di vetro scuro e Teseo iniziò a pedalare verso il centro dello Stretto.A metà strada tra le due coste, la trasformazione giunse al compimento: il suo corpo si sfaldò, diventando una spirale di oscurità pura che si intrecciava ai raggi delle ruote. Il Tarlo, la Macchia, l’Oscuro Male: tutte quelle definizioni svanirono nel momento in cui Teseo scelse di abbracciarle completamente. Non c’era più conflitto, solo una cupa e solenne accettazione.Con un ultimo silenzioso respiro si lasciò cadere dalla bicicletta. Mentre colava a picco verso il Cuore del Mondo, la rosa si staccò dal manubrio e rimase sospesa nell’acqua per un istante, brillando di una luce scarlatta che illuminò i chilometri di abisso circostante.Teseo chiuse gli occhi.E qualcosa, nel buio sotto di lui, li aprì.La sua coscienza si frantumò in mille frammenti e precipitò oltre la carne, oltre il mare, oltre ogni cosa che un uomo dovrebbe poter comprendere. Sentì le profondità chiamarlo con voci più antiche delle stelle. Le sue ossa si piegarono. La pelle si lacerò aprendosi in placche nere e lucide. Le gambe si fusero in una massa contorta di carne deforme, mentre dalla schiena esplosero lunghi arti membranosi, ciechi, che si agitavano nell’acqua come radici alla ricerca di qualcosa.Quando riaprì gli occhi, non erano più occhi.Erano due voragini rosse, immense, prive di pupille.Il suo volto si era spalancato in una bocca circolare, con molte file di denti. Attorno al collo, branchie simili a ferite pulsavano al ritmo di un cuore che non era più il suo, dal ventre del mostro usciva un suono sordo e interminabile, un canto che faceva vibrare le ossa dei marinai a chilometri di distanza.Teseo non era morto.Era diventato il mostro che abitava l’abisso.Il guardiano del Cuore del Mondo.La cosa che nessun uomo avrebbe dovuto vedere e che nessun uomo avrebbe dovuto mai svegliare.Ancora oggi, se passi lo Stretto in una notte senza vento, puoi sentire qualcosa battere sotto la chiglia che stride. Dicono che custodisca ancora quella rosa, stretta tra gli artigli di una mano che non è più una mano. Dicono che la stringa contro il petto mentre nuota nel fango d’argento, girando attorno al Cuore del Mondo.Custode di un amore che è dovuto morire per restare immortale.Custode di qualcosa di molto più antico dell’amore.E, nelle notti senza luna, quando il Mar Framezzo tace e persino il vento sembra avere paura di respirare, dal fondo arriva ancora la sua voce.Non pronuncia più il nome di Clara.Pronuncia il tuo.
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