IL GIORNALE DI BORDO

Il Kraken torna a galla

Ricevi nella tua casella di posta le novità di Kraken Edizioni, le nuove pubblicazioni, gli articoli e le iniziative del Kraken.

ISCRIVITI

L’iscrizione sarà completata tramite la mail di conferma automatica.

Il Kraken nel bicchiere

•

Il kraken nel bicchiere

Di Paolo Soli

Bahia Honda, Florida Keys

1.

Per Tim, ogni estate era sempre uguale alle altre.

Noiosa e troppo lunga.

I suoi compagni di classe lo ritenevano fortunato perché aveva il privilegio di trascorrere le sue vacanze alle Keys, dove lo zio Arthur – un broker di Wall Street che si era arricchito speculando spudoratamente durante la crisi dei mutui subprime – possedeva una villa affacciata proprio sulla spiaggia, non distante dal pontile che si protendeva verso l’Oceano più profondo, pomposamente denominato dagli abitanti del posto “Seven miles bridge”.

Tim invece odiava quell’arenile bianco, quelle palme, quel mare cristallino che diventava sempre più blu a mano a mano che ci si allontanava dalla terraferma.

E poi bisognava considerare il fatto che lui lì si sentiva solo: nessuno svago adatto alla sua età, niente Playstation per via della WiFi scadente – 200 di ping, una condanna – e soprattutto, nessun amico con cui poter giocare.

2.

Quando lo intravide, arenato tra i gusci di telline che punteggiavano il bagnasciuga, i piccoli tentacoli si muovevano a malapena.

Provò subito una sensazione strana.

Nella sua testa gli parve di udire come un flebile grido d’aiuto.

Si trattava di un minuscolo polpo, non più lungo di un pollice, spinto a riva dalla risacca notturna. Tim notò subito che sembrava essere in fin di vita. Pertanto, si precipitò subito verso il chiringuito.

«Un bicchiere di vetro! Vuoto! Subito!» urlò, ansimando per la corsa.

Il barista prese dallo scaffale un largo tumbler da whisky.

«Vedi di riportarmelo, moccioso.»

Tim non rispose nemmeno e ritornò velocemente al bagnasciuga. Per fortuna, il piccolo polpo era ancora lì. Riempì di acqua marina il bicchiere e delicatamente vi immerse l’animale.

Quando lo osservò da dietro il vetro, vide che si muoveva appena.

Si sentì in dovere di salvare quella creaturina.

3.

«Cosa mangerà questo esserino?» si chiese Tim, osservando per l’ennesima volta il cefalopode nel bicchiere.

Lo aveva portato in camera sua. L’animale fluttuava lentamente nell’acqua marina. Con un po’ di fortuna, sarebbe sopravvissuto.

La mosca, posata sulla zanzariera, gli diede l’opportunità di sapere se i polpi si nutrissero di carne.

Il ragazzo mise l’insetto schiacciato a galleggiare nel bicchiere. «Ti prego, cerca di mangiare, Moby Dick!» sussurrò. Quel nome gli era uscito dalle labbra come per istinto.

Per un lungo istante, non successe nulla. Poi Moby Dick allungò i minuscoli tentacoli e si portò la mosca alla bocca, divorandola.

«Così si fa!» esclamò Tim, fiero della sua trovata.

Quella notte, per addormentarsi Tim non ebbe bisogno di ascoltare il ronzio dell’aria condizionata. Prese sonno immediatamente. Ma non sognò i suoi amici di Boston.

Sognò tentacoli.

4.

Il mattino seguente ebbe la netta sensazione che il polpo nella notte fosse cresciuto.

Adesso gli appariva grande come un pugno, tanto che faticava a galleggiare nel bicchiere. Inoltre, si ricordava perfettamente che la sera prima Moby Dick aveva un colore lattiginoso, mentre ora era di un arancio acceso.

Tim cercò in garage un secchio e, dopo averlo riempito con acqua di mare, vi immerse il piccolo polpo.

Il ragazzo intuì che il polpo era ancora affamato.

In frigorifero trovò un cartoccio con un chilo di macinato. Ne prese una pallina grande come un uovo e la buttò nel secchio.

Moby Dick si avvicinò voracemente alla carne.

Sta mangiando, si disse.

Poi indossò il costume e per la prima volta in vita sua, si diresse in spiaggia felice.

5.

Alla sera, il polpo non stava più nel secchio.

Stavolta era visibilmente ingrossato. Forse troppo in fretta, pensò Tim senza darsi una spiegazione logica. Adesso, Moby Dick aveva le dimensioni di un grosso gatto di colore violaceo. I suoi tentacoli fuoriuscivano dal bordo del recipiente e si agitavano furiosamente.

Doveva pensare ad una soluzione.

Il giorno prima, in garage Tim aveva notato un grande e vecchio acquario dismesso, dimenticato da suo zio sopra una mensola.

Per riempirlo con acqua marina, gli ci vollero molti viaggi dalla spiaggia e ritorno.

Quando fu quasi a livello, svuotò il secchio col polpo nell’acquario.

Immerso tra mille pensieri, si diresse verso la cucina per prendere il macinato rimanente, come se qualcosa lo avesse spinto a farlo.

6.

A notte fonda, l’uomo aveva seguito con lo sguardo il ragazzo fare su e giù innumerevoli volte dalla spiaggia, ritornando sempre con un secchio colmo di acqua marina.

Che cosa se ne facesse di tutta quell’acqua salata, non poteva certo immaginarlo adesso.

Ma il suo istinto di ex militare aveva iniziato a pizzicare.

E restando ad occhi aperti, avrebbe avuto il modo per scoprirlo.

7.

La notte successiva, quando scese in garage, avvertì l’odore nauseabondo.

Un fetido tanfo che sapeva di salmastro e di alghe putrefatte.

Tim scoprì l’acquario dal telo con cui lo aveva nascosto – non si sa mai – e vide con apprensione che Moby Dick era talmente cresciuto da incrinare le pareti di plastica. I tentacoli vorticavano nell’aria polverosa della stanza. Notò anche che il colore era ancora una volta diverso da quello del giorno prima. Adesso il polpo gli appariva screziato di un marrone sugnoso, simile alla pelle di una razza.

«E adesso cosa faccio?» pensò preoccupato.

Dietro alla villa, esisteva un’ampia e profonda pozza di acqua stagnante. Un piccolo lago salato che avrebbe da sempre dovuto essere prosciugato, ma per il quale i lavori erano sempre stati rimandati.

Tim faticò non poco a caricare il polpo sulla carriola. I tentacoli, grossi come mazze da baseball, cercavano di sferzargli il corpo.

Poco prima di essere scaricato nel lago, questa volta il ragazzo udì la frase nella sua testa. Non era soltanto una sensazione, ma una lucida realtà.

Sono un predatore. Forniscimi carne viva.

Incredibilmente, Moby Dick gli aveva parlato.

8.

«Timmy, hai visto per caso Fuze? Di solito, a quest’ ora, se ne sta sempre qui sulla poltrona a godersi il sole…»

Margot Bishop era preoccupata per il suo gatto, un vecchio soriano tigrato, placido e socievole.

«Non l’ho visto, Signora Bishop. Sarà a zonzo da qualche parte.»

Certo che l’aveva visto. Di prima mattina, lo aveva prelevato dal patio che ancora stava dormendo ignaro e lo aveva gettato al centro del lago.

Il gatto era passato dal torpore alla morte, scomparendo in un attimo dentro un ribollire di acqua rossa.

Tim si sentiva in colpa per la fine crudele dell’animale, pensando a Margot Bishop intenta a chiamare invano il suo gatto tra le siepi. Un peso gli gravava sullo stomaco, e per un istante desiderò tornare indietro e restituire quel corpo tiepido al patio.

Ma bastava che Moby Dick lo chiamasse nella testa, con quella fame che sembrava non conoscere sazietà, perché ogni rimorso si dissolvesse, inghiottito insieme al resto.

Era sicuro che nessuno lo avesse visto rapire Fuze e buttarlo nell’acqua. Il felino non aveva nemmeno miagolato.

Eppure, si sbagliava. 

9.

L’uomo si avvicinò al ragazzo mentre rincasava dalla spiaggia.

«Cambia colore, vero?» disse.

Tim rimase allibito e fece un passo indietro.

«Come, scusi?» abbozzò.

L’uomo sospirò. «Cambia colore, te lo leggo negli occhi. E diventa sempre più grande, ogni giorno che passa. Magari ha già cominciato a parlarti. Vedo che sei terrorizzato. Fai bene ad esserlo: hai a che fare con un mostro.»

«Se ne vada, o chiamo la polizia!» gridò Tim.

«No. Non lo farai. Tu sai quello di cui sto parlando. Ti ho visto portare a casa l’acqua di mare. E ti ho anche filmato mentre rapivi il gatto dal patio. A proposito, che fine ha fatto?»

Tim scoppiò a piangere.

«Come fa a sapere che è un mostro?»

«Perché l’ho creato io, tanti anni fa.»

Il ragazzo singhiozzò più forte.

«Io ho solo provato a salvarlo!»

«Anche io» rispose l’uomo.

«Allora deve aiutarmi.»

10.

Seduti al tavolino del bar, l’uomo aveva detto di chiamarsi Maggiore John Doe.

Nei primi anni Novanta, aveva diretto un’operazione militare segretissima, denominata in codice “Progetto Kraken”. In sostanza, per contrastare l’egemonia dei sottomarini nucleari sovietici negli oceani, la sua ricerca si era concentrata nel trovare il modo di alterare geneticamente i polpi, trasformandoli in animali giganteschi in grado, all’occorrenza, di distruggere un sommergibile nemico. O un incrociatore.

Davanti alla coppa di gelato alla crema, Tim ascoltava quell’uomo.

C’erano frasi di cui non capiva il significato, come “progressione geometrica nella crescita con ragione pari a quattro” o “sviluppo di capacità telepatiche e oniriche.”

Ma aveva capito che qualcosa non era andato per il verso giusto. Il progetto Kraken era stato abbandonato e il Maggiore Doe congedato con disonore.

«Vuoi sapere cosa sia successo veramente?» chiese il Maggiore.

Tim annuì con la testa.

Doe raccontò di come avesse creato un kraken talmente gigantesco da sembrare un’isola. Lo aveva chiamato Arcobaleno, per via della sua pelle cangiante. Ma durante la simulazione bellica contro un obiettivo fittizio, il kraken aveva assalito una fregata americana di appoggio, affondandola con tutto il suo equipaggio. Circa duecento morti, quasi tutti divorati.

Lo stato maggiore aveva immediatamente sospeso il progetto, reputandolo troppo pericoloso e disposto la soppressione di Arcobaleno. Prima di essere espulso con ignominia dalla Marina, il triste compito era toccato a lui. Lui che l’aveva creata.

«Creata?» domandò Tim.

«Arcobaleno era una femmina. Però prima di morire, ho udito la sua voce nella testa.»

«Cosa le ha detto?»

«Che mi perdonava. Tanto sarebbe morta comunque. Perché aveva già deposto le uova.»

11.

Quella notte il Maggiore, seguendo le indicazioni di Tim, aveva parcheggiato il pick-up sulla riva del lago. Poi aveva infilzato un pollo al gancio che fungeva da amo e lo aveva assicurato mediante una grossa catena alla gru posta sul cassone del furgone.

Non ci volle molto. Per la fame, il kraken abboccò subito all’esca.

Azionando il verricello, mentre il mostro affiorava lentamente dall’acqua, poté ammirare la sua creazione. Grosso come un vitello e completamente nero. I tentacoli, del diametro di un palo telegrafico, si agitavano furiosamente, con le ventose che si dilatavano e si contraevano. Poi incrociò i suoi occhi, incredibilmente simili a quelli di un vertebrato. Erano rossi, iniettati di sangue.

Quando fu completamente emerso, lo rinchiuse nella robusta rete in acciaio e kevlar stesa a terra e lo issò sul cassone.

Poi il Maggiore diresse il pick-up verso il lungo pontile che dalla spiaggia si inoltrava nell’oceano.

12.

Dopo il tonfo liquido, Doe aspettò che le acque si calmassero. Il kraken era stato restituito al mare proprio davanti al termine del pontile. Sogghignò, sotto al cappellino. Non era stato completamente sincero con Tim. Al bar non gli aveva riferito del dopo. In particolare, ciò che gli era accaduto a causa del congedo per ignominia.

Le carte dei medici parlavano di “grave forma di depressione con possibili episodi di follia”, “sindrome misantropa altamente pericolosa” e, soprattutto, “deliri di onnipotenza incontrollabile”.

Per questo motivo si era nascosto alle Keys, nei pressi della residenza estiva dell’Ammiraglio Cole, il suo principale detrattore.

La Festa del Tuffo dal Pontile sarebbe stata la sua rivincita contro tutta l’umanità, che non si era mai accorta di lui. Un’orgia di morte e sangue.

Ma per fare ciò, il kraken doveva rimanere nei pressi del Seven miles bridge.

Doe gettò in mare qualcosa avvolto in un lenzuolo insanguinato che aveva precedentemente nascosto sul furgone.

Ciò che era celato dal lenzuolo, si muoveva ancora.

«Addio, Cole.»

Il kraken lo divorò immediatamente.

13.

Il poliziotto in polo bianca e bermuda kaki era in piedi sulla soglia.

«Buongiorno, mister Sloane. Da ieri siamo cercando l’Ammiraglio Cole. Sembra sia scomparso nel nulla. Lei per caso lo ha visto?»

Lo zio Arthur si sfregò gli occhi ancora assonnati.

«…No…Mi dispiace, agente …»

«Ok. Scusi il disturbo, signore.» rispose il poliziotto, inforcando la mountain bike.

Da dietro la porta, Tim aveva ascoltato tutto.

Ammiraglio Cole. Lo aveva già sentito nominare, seduto davanti ad un gelato alla crema.

Decise che era il caso di indagare.

14.

Per tre notti di seguito, Tim aveva seguito gli spostamenti del Maggiore.

Lo aveva visto procedere col pick-up fino alla fine del pontile e gettare in acqua degli oggetti voluminosi, avvolti in un lenzuolo. Sembravano cadaveri. Con suo sommo orrore, si era accorto che il loro contenuto non era immobile.

Il kraken, come richiamato da quei fagotti, era immediatamente affiorato per ingoiarli.

La sua stazza era enorme e nera, i tentacoli grossi come tronchi di sequoia.

Quel mostro non se ne era andato, ma era rimasto lì, alla fine del pontile, in attesa.

Fu allora che i pezzi, fino a quel momento sparsi come tessere di un mosaico incompiuto, si incastrarono da soli nella sua mente: il Maggiore non nutriva il kraken per tenerlo in vita, ma per tenerlo ancorato a quel tratto di mare — proprio davanti al pontile dove, l’indomani, l’intera Bahia Honda si sarebbe riversata per il tradizionale Tuffo dal Pontile.

Sarebbe stata un’ecatombe.

Doveva fare qualcosa.

15.

Tim abbandonò la spalletta del pontile dietro cui si era nascosto e facendosi coraggio, si avvicinò al Maggiore.

«Perché sta nutrendo quel mostro?»

L’uomo sobbalzò per la sorpresa. Poi si girò, con un ghigno atroce, puntandogli contro una pistola.

«Ragazzo… non potresti mai capire. Ma mi dispiace che finisca così.»

Nella sua mente, Tim isolò un’unica parola.

Aiutami

Successe tutto in un attimo.

Il mare si gonfiò come in balia di un uragano, sollevando una gigantesca colonna d’acqua. Un tentacolo del kraken, simile al pilone di un viadotto, si abbatté sul Maggiore, riducendolo in poltiglia. Tim vide con orrore il cranio dell’uomo sbriciolarsi come il guscio di un uovo.

Il corpo maciullato venne trascinato in mare, assieme al belvedere del pontile.

Una voce risuonò nella testa di Tim.

Mi hai salvato. Ora io ho salvato te. Non sono un mostro. Solamente, ho sempre fame. È la mia natura.

Con le lacrime agli occhi, il ragazzo vide il kraken allontanarsi lentamente dal pontile e lo seguì con lo sguardo, fino a che non scomparve in mare aperto.

«Addio Moby Dick» singhiozzò.

Era stato l’unico amico che avesse mai avuto alle Keys.

16.

Il giorno dopo, la Festa del Tuffo dal Pontile si svolse come ogni anno tra spruzzi, risate e barbecue sulla spiaggia.

Nessuno dei villeggianti seppe mai quanto vicini fossero stati ad un bagno di sangue.

Epilogo

Spiaggia La Pelosa, Sardegna

«Mamma! Cosa mangiano i polipetti?»

La madre, impegnata in una partita con le amiche, appoggiò le carte sul lettino, sbuffando. Proprio adesso che stava per completare un burraco reale.

«Che c’è, Agnese? Ti ho detto tante volte di non disturbarmi quando sto giocando!»

La bambina le mostrò il secchiello.

Conteneva un minuscolo polpo moribondo.

«L’ho trovato e voglio salvarlo! Deve solo mangiare!» strepitò Agnese.

«Che schifo! Ributtalo in acqua!» esclamò la donna, riprendendo le carte.

Agnese non rispose e andò a cercare il papà.

Il suo iPhone le avrebbe dato le giuste informazioni.

Quell’esserino doveva essere salvato a tutti i costi.

🐙 Arpiona questo racconto

Se questo racconto ti ha arpionato, puoi votarlo.

Per votare devi essere registrato e aver effettuato l’accesso.

Accedi per votare

🐙 Arpiona questo racconto

Se questo racconto ti ha arpionato, puoi votarlo.

Per votare devi essere registrato e aver effettuato l’accesso.

Accedi per votare

Consigliato dal Kraken