Aveva sempre creduto che i mostri dell’abisso avessero una forma. Dopo anni trascorsi a bordo delle navi più autorevoli, si era sentito perfino rassicurato dall’idea che un Kraken fosse solo un calamaro troppo grande o che il Leviatano fosse un grosso coccodrillo dalle scaglie dure. Si era cullato nell’illusione che, conoscendo la sagoma di un pericolo, avrebbe potuto in qualche modo mapparne la furia, scriverla sui diari di bordo, istruire i mozzi su dove colpire con la fiocina.
Che sciocco era stato! Che misero sciocco!
La cosa che era salita a bordo della Sea Fang non aveva una forma. O, sarebbe meglio dire, le aveva tutte. Era un Proteo che cambiava pelle ogni volta che veniva ferito, ogni volta che attaccava. Fondeva la sua carne e mutava in un corpo diverso.
Tutto era iniziato quando la vedetta di turno aveva annunciato l’avvicinamento di una balena grigia alla nave. Era enorme, il suo dorso liscio ben visibile sull’acqua. Ma c’era qualcosa che non quadrava. Non emetteva lo sfiato d’aria caratteristico della sua specie.
All’improvviso, il dorso della balena si era letteralmente aperto in due. Non era morta: la sua pelle si era liquefatta, i suoi occhi erano scivolati lungo il fianco e la massa gelatinosa della sua carne si era allungata verso l’alto, trasformandosi in un groviglio di filamenti neri e flaccidi che si erano aggrappati alla Sea Fang.
Il primo a morire era stato Cormac. Non aveva avuto nemmeno il tempo di estrarre il coltello. Uno di quei filamenti gli si era avvolto intorno al collo e si era trasformato in una morsa dura, granitica. Aveva reciso la testa del ragazzo con un colpo secco, simile a quello che si poteva sentire quando si chiudeva una conchiglia troppo cresciuta. Il rumore del suo cranio frantumato si era fuso con lo stridore delle due chele improvvisate.
Da quel momento, si era scatenato il caos.
La creatura era ovunque. Era diventata l’acqua che veniva imbarcata, era diventata un’anguilla con un’infinità di occhi che strisciava sul ponte, era diventata un puledro con zanne affilatissime. Si era liquefatta e ricomposta con le sembianze del capitano. Quella massa informe si era ritirata, si era condensata, aveva imitato la giubba blu del comandante, il suo cappello e persino la sua andatura claudicante. Quando il mostro aveva aperto la bocca, non erano uscite parole, bensì una cascata di sabbia scura e bollente, non diversa dalla pece.
Il vero capitano era già morto, stritolato e spezzato in due da un tentacolo gigantesco.
Rimasto l’ultimo superstite di tutto l’equipaggio, Drian era diventato il bersaglio del predatore. Fu così che lo aveva visto trasformarsi. All’interno dei suoi tessuti cangianti emergevano e rientravano continuamente schegge di bivalvi affilate come rasoi, frammenti di corallo nero e spirali di nautilus calcaree.
Davanti a lui ora c’era un abominio di scaglie color antracite e tentacoli uncinati che pulsavano come vene. Il mostro aveva una mascella circolare foderata di due file di denti aghiformi.
Drian strinse il suo arpione d’acciaio fino a far sbiancare le nocche.
La creatura attaccò. Un tentacolo frustò l’aria, distruggendo il parapetto della barca. Il marinaio scivolò sul legno bagnato, schivando il colpo per un soffio. Con un ruggito che esprimeva tutta la sua rabbia, gli piantò l’arpione nella carne gelatinosa. Un fluido viscido spruzzò dappertutto, facendo infuriare il mostro.
Una massa d’acqua travolse la nave. Prima che Drian riuscisse a rimettersi in piedi, qualcosa di molto simile a un osso affilato lo colpì in pieno petto. Una chiazza rossastra si allargò sulla camicia attorno al punto in cui gli era stata inferta la ferita. Cadde sulle ginocchia e si premette le mani sul petto.
La bestia si tese sopra di lui, vorace. Attingendo all’ultima riserva di testardaggine che gli rimaneva, l’uomo riuscì ad afferrare una scure. Mentre la creatura si calava su di lui, si lanciò in avanti, lasciando da parte per un momento il dolore. Con un fendente disperato, piantò l’ascia tra i flagelli del mostro. In quello stesso momento, la creatura lo colpì con altrettanta forza, prima di ripiegarsi su sé stessa e sprofondare negli abissi.
Straziato dal dolore, Drian crollò sul fondo della nave. La vista gli si annebbiò fino a spegnersi del tutto. Il prezzo della battaglia rimaneva impresso sul suo corpo immobile.
***
Nelle profondità spietate dell’oceano lugubre giaceva il relitto della Sea Fang. Non aveva più un equipaggio, ma una moltitudine di creature acquatiche la consideravano un rifugio, territorio di caccia e tanto altro ancora.
Non c’erano nemmeno resti umani, non perché qualcuno fosse riuscito a salvarsi, bensì perché era stato inghiottito dal mare troppo tempo prima.
Nella penombra della sua cabina, 2498 braccia più su, Drian strinse la penna d’oca nella mano destra e tracciò una linea netta d’inchiostro scuro sopra un nome.
Breandán Gale.
Un altro uomo consegnato all’abisso.
L’ennesima vittima del mostro. La decima da quando aveva ripreso le ricerche.
Fissò la pagina del diario di bordo e d’istinto allungò la mano verso la spalla sinistra, dove la carne si interrompeva bruscamente in un moncone nodoso, coperto dalle cicatrici che si portava dietro da trentatré anni.
Il braccio mancante era il tributo pagato per aver sfidato il pastore del mare. E aver perso.
Il mostro gli aveva strappato il braccio, ma prima ancora lo aveva privato della tranquillità e dell’amor proprio. Lo aveva reso l’ignaro testimone di quella carneficina, anima maledetta costretta a fare i conti con il dolore che si risvegliava dentro di lui ogniqualvolta un nuovo tributo veniva preteso.
Là sotto quell’essere stava contando i suoi uomini, a uno a uno, aspettando il momento in cui il diario di bordo non avesse avuto più altri nomi da spuntare che il suo.
Gli occhi del capitano corsero sulla gomena di canapa appoggiata sul tavolo. Quella corda era appartenuta alla Sea Fang. Trentatré anni prima era solo un pezzo di sartiame qualunque su cui si contavano i tredici giorni di navigazione tranquilla in altrettanti nodi, ma dopo quella terribile notte, bagnata dal sangue dei marinai e dal viscidume del Proteo, era diventata qualcosa di diverso. E di senziente…
Il decimo nodo della cima prese a contrarsi.
Le fibre secche della canapa scivolarono l’una sull’altra, mosse da una forza invisibile. Dalla strozzatura del nodo cominciò a trafilare un liquido nerastro. Una scia di fumo denso e grigiastro si levò dal tavolo, diffondendo un odore pungente di fogliame bruciato.
Con un ultimo sussulto, le spire della corda si allentarono definitivamente. La canapa si distese, tornando liscia e inerte in quel punto.
Il decimo nodo era venuto al pettine.
***
Sulla nave nessuno osava sedersi. E, soprattutto, nessuno staccava gli occhi dalle mani degli altri.
Erano rimasti in pochi: sette uomini stipati in uno spazio che era diventato troppo stretto.
Oisín O’Malley non dormiva da tre giorni. Da quando Breandán era stato colto di sorpresa e sollevato in aria dal pastore del mare con la cassa toracica completamente svuotata.
«Ah, andiamo! Non serve a niente guardarci in cagnesco, come se stessimo per scannarci l’uno con l’altro» bofonchiò Seamus O’Flaherty, sputando sul pavimento di legno, con gli occhi fissi sulla lama del proprio coltello.
«E se… quella cosa ora è uno di noi?» domandò Oisín, scuotendo la testa. «Potrebbe aver ucciso chiunque di noi e preso il suo posto. Non c’è altra soluzione. Devi tagliare, Seamus. Avanti, taglia!»
«Basta!» tuonò la voce di Drian, mentre si avvicinava ai suoi uomini.
Tre marinai sussultarono ed estrassero i rispettivi coltelli ancor prima di rendersi conto che a parlare era stato il loro capitano.
«Questo delirio deve finire. Seamus, fai quel taglio!»
Il timoniere imprecò a denti stretti. Sollevò la manica della camicia e premette la punta della lama contro il polso. Attese un istante e tirò il coltello. Il sangue sgorgò, rosso e denso, gocciolando con plup pesanti sul barile davanti a lui.
Gli altri uomini dell’equipaggio, a metà strada tra lo sporsi in avanti per guardare meglio e il ritrarsi per la paura, osservavano gli avvenimenti con il respiro rotto e gli occhi sbarrati. Aspettavano di vedere se quel liquido avrebbe iniziato a strisciare, a cambiare colore o a emettere un sibilo prima di trasformarsi in una qualche creatura che li avrebbe squartati tutti.
Ma il sangue non cambiò. Era umano.
Un sospiro di sollievo collettivo si diffuse per pochi attimi. La tensione, però, non calò. Si spostò soltanto. Sei paia di occhi virarono verso il marinaio più giovane, Finn, che era rimasto in silenzio per tutto il tempo, avvolto in una coperta di lana.
«Tocca a te» disse Drian.
Uno alla volta, tutti i marinai si sottoposero al medesimo rituale.
Per ultimo, toccò al capitano.
Mentre Drian stava per incidere un taglio all’altezza del polso, un suono furioso squarciò l’aria.
SCRR-CRAK! SHLUURP!
Di fronte a loro una creatura completò la sua trasformazione, rivelando uno scheletro umano calcificato e fuso a una corazza dura. I suoi occhi neri e lucidi osservavano con foga da una parte all’altra, mentre schiocchi di cartilagini che si spezzavano e risucchi di tessuti che si assestavano rimbombarono senza sosta.
Il Proteo non cercava una forma definita. Mescolava l’anatomia degli uomini a quella delle peggiori aberrazioni marine. Da quella che doveva essere una schiena vennero fuori tre appendici chitinose simili a zampe di granchio gigante, lunghe e affilate, che si piantarono con violenza inaudita sulle assi del ponte.
Oisín provò in tutti i modi ad affondare la sua lama nel corpo della creatura. Tuttavia, questa fu più rapida e una delle enormi zampe lo trafisse da parte a parte all’altezza dello sterno. Un colpo di qualunque cosa fosse composta la corazza sbatté il marinaio all’indietro, inchiodandolo all’albero maestro. Oisín O’Malley non riuscì nemmeno a urlare. Dal suo ghigno contorto uscì soltanto un fiotto di sangue cremisi prima che i suoi occhi si spegnessero e puntassero vitrei l’artefice di quello scempio.
Il pastore del mare mutò ancora.
Il suo ventre si aprì in uno squarcio da cui si allungarono tanti filamenti simili a muscoli e un fascio di tentacoli traslucidi. Uno di questi sferzò l’aria e avvolse il collo del marinaio accanto a Seamus.
«Capitano! Aiuto! Capitano!» urlavano gli altri marinai, correndo da ogni parte in cerca di un rifugio dai flagelli.
Il malcapitato venne avvolto e stritolato dalla morsa del mostro. La carne iniziò a fumare e a sciogliersi al contatto con il liquame acido che questo emetteva. I suoi strilli d’agonia rimasero soffocati in mezzo alla poltiglia viscosa che una volta era stato il suo corpo.
L’undicesimo e il dodicesimo nodo erano venuti al pettine.
«Bruciatelo! Bruciate quella cosa!» urlò Drian, accecato dal panico, in cerca di qualcosa per colpire il Proteo.
Ansimava, la mano destra si strinse ancora una volta attorno all’impugnatura di una scure. Si voltò per cercare l’appoggio dei suoi uomini, ma trovò solo Seamus e Finn. Gli altri si erano dileguati. I due marinai, invece, si erano riparati dietro alcune casse e guardavano nella sua direzione con il terrore negli occhi e i visi di un pallore spettrale. Non stavano guardando il mostro… Guardavano lui.
Il capitano si mosse nella loro direzione.
«Indietro… resta indietro!» urlò il timoniere, brandendo il coltello tra le mani tremanti.
«Seamus, che fai? Il mostro è laggiù, dietro di me!» gridò il comandante.
Drian si voltò di scatto. Il Proteo era lì e lo fissava con una spaventosa, beffarda familiarità.
«Perché li difendi? Non ti sei ancora stancato di fingere?» chiese la creatura.
«Taci, demonio!» ringhiò Drian, sollevando la scure con l’unica mano rimasta. «Tu hai ucciso i miei compagni trentatré anni fa. E hai preso il mio braccio!»
«Io non ti ho preso nulla…»
Gli occhi dell’uomo corsero dal moncone che penzolava dal suo braccio al lato sinistro dell’essere. Anche lui aveva dei tentacoli mancanti nello stesso punto…
«Capitano, vi prego…» implorò il giovane Finn, scoppiando in un pianto a dirotto mentre cercava di rannicchiarsi per nascondersi meglio. «Non fatelo. Non uccideteci.»
Drian guardò Seamus. Nei suoi occhi specchiati non c’era la figura di un vecchio capitano monco, bensì un groviglio di filamenti neri, una mascella da cui spuntavano denti aghiformi. La stessa creatura con cui aveva combattuto sulla Sea Fang tanti anni prima.
Abbassò lo sguardo sul proprio corpo. Non trovò la stoffa grezza della camicia, ma una membrana in continuo mutamento. La scure non era stretta da dita umane; era incastrata in un’appendice chitinosa, una zampa gigante lordata del sangue di Oisín.
«No… no, io sono l’ultimo superstite…» biascicò a fatica, inorridito.
«Tu sei l’unico superstite» lo corresse la voce spietata del Proteo. «Il vero Drian è morto sulla Sea Fang. Tu sei la carne che ha banchettato con i suoi resti. Sei un ricordo che ha imitato le sue paure e il suo senso di colpa. Hai radunato questi marinai convinto di volerli salvare dal mostro, ma li hai solo portati al macello perché il pastore del mare reclama sempre l’intero gregge. Ti sei sdoppiato per non impazzire.»
La figura davanti a lui svanì come un miraggio. Non c’era mai stato un mostro. C’era solo lui.
La sua mente umana, l’ultimo frammento dell’illusione di Drian, si arrese alla verità. Con un sussulto d’orrore, la sua coscienza scivolò via, dissolvendosi nella massa informe e gelatinosa che riprendeva il totale controllo del corpo. La sua testardaggine umana si spense, lasciando spazio solo alla fame insaziabile dell’abisso.
Sul tavolo della cabina deserta, la gomena si contrasse per l’ultima volta. Le fibre di canapa tossirono fumo grigiastro. L’ultimo nodo rimasto si strinse fino a strozzarsi, per poi sciogliersi del tutto. La canapa tornò liscia.
Il tredicesimo nodo era venuto al pettine.
🐙 Arpiona questo racconto
Se questo racconto ti ha arpionato, puoi votarlo.
Per votare devi essere registrato e aver effettuato l’accesso.
🐙 Arpiona questo racconto
Se questo racconto ti ha arpionato, puoi votarlo.
Per votare devi essere registrato e aver effettuato l’accesso.





