Tra i classici dimenticati del fantasy del Novecento, Le Cronache di Prydain di Lloyd Alexander (pubblicate tra il 1964 e il 1968) meritano un posto d’onore. Ispirata alla mitologia gallese e composta da cinque volumi (Il libro dei tre, Il calderone nero, Il castello di Llyr, Taran il vagabondo, Il re supremo), la saga racconta la crescita di Taran, un giovane guardiano di porci con il sogno di diventare eroe. Sarebbe facile ridurre Prydain a un ciclo fantasy per ragazzi – ed effettivamente Alexander lo scrisse con uno stile limpido e accessibile. Ma sotto la superficie si cela un’opera profonda, che riflette sull’identità, sul dolore, sul potere e sulla libertà. Il protagonista non è un “prescelto” destinato alla gloria, ma un ragazzo qualunque, fragile, spesso incerto, che deve guadagnarsi ogni passo. E i mostri che affronta non sono solo draghi o streghe, ma il dubbio, l’orgoglio, il sacrificio. A differenza di molto fantasy contemporaneo, Alexander non indulge nel cinismo né nell’epica fine a sé stessa. La sua è una favola morale, ma senza moralismo. Il male, incarnato dal Signore delle Tenebre Arawn e dal calderone necromantico che rievoca antichi echi celtici, è reale e spesso invincibile. Tuttavia, ciò che conta è la scelta di opporvisi, con coraggio e umanità, anche a costo della rinuncia. Il tono della saga cresce con il protagonista: dai colori vivaci e fiabeschi del primo volume, si passa alla cupezza del Calderone nero (vincitore della Newbery Honor), fino alla commozione e alla maturità del Re supremo (Newbery Medal 1969). Non a caso, il paragone con Tolkien è ricorrente, ma Alexander si distingue per una leggerezza profonda, una sapienza narrativa che sa parlare sia all’infanzia che alla vecchiaia. Disney ne trasse un film animato sfortunato (Taron e la pentola magica, 1985), ma l’opera originale è rimasta per decenni ai margini del canone fantasy. Oggi è tempo di restituirle il suo posto: Prydain è una delle più autentiche meditazioni sull’eroismo mai scritte, e lo fa senza proclami, ma con la voce semplice di chi ha guardato la morte – e ha scelto la vita.






