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Ritratti Fatali

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Book Cover: Ritratti Fatali
Editions:Kindle, Paperback

Tutti conoscono le opere pittoriche di Dante Gabriel Rosetti. I suoi quadri sono facilmente accessibili e famosissimi, addirittura “popolari”. Ma ci si dimentica con troppa nonchalace che egli (fondatore, insieme a John Everett Millais e William Hunt, del Movimento Preraffaellita) fu un artista complesso, tanto poeta quanto pittore. A tutt’oggi i suoi sonetti sono stati tradotti e pubblicati solo parzialmente, in italiano – cosa cui bisognerà porre rimedio al più presto, anche se sempre con colpevole ritardo. Durante il suo percorso artistico scrisse solo due racconti in prosa, Mano e Anima e Sant’Agnese dell’Intercessione, entrambi contenuti in questo volume magistralmente e amorosamente curato e tradotto da Fabio Camilletti. È davvero interessante (e significativo) notare che gli unici racconti mai prodotti da Rossetti siano anche ascrivibili al genere fantastico. Un fantastico che, come spesso accade, quando ci si imbatte nelle opere preraffaellite, assume i connotati di un “miracolismo morboso”, di un misticismo erotizzante e di una decifrazione un po’ straniante di simboli psicologici… ma assolutamente affascinante e denso di sense of wonder. È, dunque, un piacere e un onore, per il Kraken, proporre al pubblico le meraviglie di queste due vere e proprie chicche, pescate dalla corrente placida (ma implacabile) del tempo e salvate dal nero Mare dell’Oblio, grazie al lavoro di un ottimo studioso italiano.

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Fra i miei primi ricordi, nessuno è più vivido di quello di mio padre davanti al fuoco, quando ritornava nelle fredde serate dell’inverno londinese e cantava per noi col suo tono dolce e gagliardo: a volte antichi motivetti britannici, canti che sembravano tradotti dalla lingua degli uccelli e messi in musica dai torrenti; a volte quelli di cui la sua giovinezza, fatta di viaggi all’estero, s’era nutrita, e fra questi le grandi arie che avevano fatto risuonare i rivolgimenti del mondo dal 1789. Io sedevo sul tappeto, ascoltandolo e fissando tra le sue ginocchia il fuoco, finché questo non mi bruciava il viso, mentre le immagini che si muovevano al suo interno sembravano cambiare e cambiare di forma a seconda della musica: finché la musica, e il fuoco, e il mio cuore non finivano per bruciare tutti assieme, e io avrei voluto prendere carta e matita e cercare in qualche maniera infantile di fissare le forme che crescevano dentro di me.

APPROFONDISCI

Perché il mio desiderio, già allora, era di diventare pittore.

Il primo libro che ricordo d’aver letto di mia propria iniziativa era un trattato d’arte vecchio stile che apparteneva a mia madre, l’English Conoscente di Hamilton.1 Era una sorta di guida al continente – abbastanza stile Accademia della Crusca, per quanto posso ricordarmene – e conteneva informazioni su dipinti che l’autore aveva visto all’estero, con delle incisioni di alcuni di essi. Queste erano fatte secondo la moda inglese del tempo, con la tecnica del puntinismo e stampate in inchiostro rosso; piuttosto pacchiane, senza dubbio, eppure io le adoravo e avrei potuto copiarle per giorni interi. Una, in particolare, esercitava su di me un fascino immenso e indefinibile: era una Sant’Agnese in gloria, opera di Bucciolo d’Orli Angiolieri. Questa riuscii a copiarla fin da subito con esito assai più felice delle altre; senza dubbio furono in gran parte l’amore per quell’immagine e il desiderio che avevo di saperne di più a spingermi di buona lena sul Conoscente, e a imparare in pochi giorni della difficile arte della lettura assai più di quanto non vi fossero riuscite fino ad allora le zelanti prediche di mia madre. Comunque, il testo di cui riuscii infine a venire a capo concerneva per lo più le qualità d’esecuzione del dipinto, che erano evidenti anche per un bambino; della persona dell’artista, o del significato dell’opera, l’autore del libro sembrava non sapere praticamente niente.

Man mano che crescevo, la mia inclinazione fanciullesca per l’arte si mutava in passione vitale; finché, alla fine, mio padre non mi ritirò da scuola e non mi permise di seguire negli studi la mia propria inclinazione. Non c’è motivo di dilungarsi troppo sugli anni a seguire. Quando s’inizia a praticare l’Arte in tutta serietà, c’è sempre come un alternarsi di opposti: da un lato, i più frastornanti periodi di sforzo mentale, dall’altro una lavoro durissimo, rigido e minuzioso, che spesso si risolve in quisquilie. Quale fosse allora la forma precisa dell’ombra nel mio tabernacolo, non saprei dire: né saprei dire, attraverso un velo così spesso, se vi fosse davvero oppure no. E quale statua al Museo disegnai di più o quella da cui meno appresi, o quale professore all’Accademia “disponesse” i modelli con meno gusto… son cose che nessuno ha bisogno di sapere. Posso dire, brevemente, che ero piuttosto ribelle, nei fatti se non addirittura nello scopo; che ben poco m’interessava di quanto mi veniva insegnato da altri; e che disegnavo assai più per mio conto di quanto facessi per le esercitazioni scolarstiche.

Nella maggior parte dei casi in cui lo studio (uno studio, almeno, che implichi elementi di carattere pratico) ha inebetito quel delicato momento di transizione dalla fanciullezza alla gioventù, arriva dopo un po’ un momento in cui la mente perde di elasticità, e si fissa nella semplice ripetizione d’uno sforzo meccanico. È allora che i sensi repressi giungono gradualmente alla più alta tensione, e ogni persuasione incalzante e reiterata basta, venendo a mancare la risolutezza, a disperdere l’incanto. Lo studente leva lo sguardo: il velo della loro vacuità gli cala in un istante dagli occhi, e per la prima volta egli vede in faccia la propria vita.

All’età di diciannove anni m’impegnai a fondo, se così si può dire, sul sentiero dell’arte – e su un altro sentiero. Un pomeriggio me ne ritornavo, dopo una mattinata improduttiva, da un corso che avevo seguito. La giornata era uno di quegli oppressivi momenti di stasi autunnale in cui mettersi al lavoro, a meno di non essere sotto uno stato di esaltazione continua, è praticamente impossibile: le percezioni sembrano rapprese in un grumo indistinto e il cervello sembra pieno di sabbia. Mentre salivo le scale per andare in camera mia udii delle voci provenire dal suo interno e, quando vi entrai, trovai mia sorella Catharine con un’altra ragazza, intente a scrutare i miei schizzi e i miei disegni come alla ricerca di qualcosa. Catharine rise, e mi presentò la sua amica come Miss Mary Arden. C’era forse un po’ di malizia in quella risata, perché ricordavo d’aver già udito il nome di quella ragazza e d’aver fatto per scherzo qualche domanda stuzzicante a suo riguardo, come si fa sempre con le amiche delle proprie sorelle. Feci un piccolo inchino, e rimasi come in castigo. Lei teneva la schiena contro la finestra, e non riuscivo a vedere bene i suoi lineamenti; e tuttavia qualcosa, nella serenità del suo essere e nel modo in cui teneva le mani, mi suggeriva che era bella. Catharine mi disse che stavano cercando un libro che mi aveva prestato qualche tempo prima e che aveva promesso alla signorina Arden. Mi unii alla ricerca, il libro fu trovato e subito dopo lasciarono la mia stanza. Ero arrivato completamente depresso: ma a quel punto mi ripresi e lavorai bene per diverse ore. Alla sera, la signorina Arden restò con noi fino ad un’ora abbastanza tarda: e finché non se ne andò non ritornai nella mia stanza, né, quando vi feci ritorno, ripresi il mio lavoro. Era ancora più bella, pensavo, di quanto avessi creduto all’inizio.

A partire da quel momento, ogni volta che la vedevo la sua bellezza sembrava crescere ai miei occhi solo guardandola, come accade alle stelle nell’acqua. Ci volle un po’ perché smettessi di pensare unicamente alla sua bellezza – e, anche allora, al centro dei miei pensieri c’era solo lei. Per circa un anno i miei studi mi presero in qualche modo sempre meno, e prima che l’anno volgesse al termine io e lei eravamo promessi in matrimonio.

La posizione sociale della signorina Arden, benché non eccessivamente altolocata, era comunque assai migliore della mia: ciononostante, il suo risoluto attaccamento a me aveva distolto i suoi genitori a porre un qualsiasi ostacolo alla nostra unione. Cosa più importante, poi, era che adesso m’impegnavo a farmi una posizione tale da non costringerla a fare sacrifici per amor mio, cosa di cui avrei provato ribrezzo per me stesso: e mi ero messo all’opera, con tutta l’energia di cui ero capace, lavorando su un quadro di una certa difficoltà, che prevedeva diverse sfide di carattere tecnico. Il soggetto era contemporaneo, dato che avevo sempre pensato che ogni lavoro, per essere davvero meritevole, dovesse essere elaborato a partire dal proprio tempo, così come dall’anima dell’artista, che necessariamente doveva essere – anch’essa – un’anima del proprio tempo. Lavoravo a questo quadro senza sosta e senza avvertire il minimo cenno di stanchezza, giorno e notte: e Mary posava per me nei panni della figura femminile che lo dominava. La mostra cui lo inviai aprì i battenti poco prima del compimento del mio ventunesimo anno.

1 Libro inesistente, attraverso il quale Rossetti parodizza – come già in Hand and Soul – la cultura museale dei suoi connazionali.

COMPATTA

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